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mercoledì 28 luglio 2010

L’emopressina è l’ormone che regola il ciclo veglia-sonno

Il Journal of Medicinal food ha recentemente pubblicato una importante scoperta che arriva dall’America. Risulta che l’ormone emopressina, secreto dalla ghiandola ipofisi, situata nel cervello, è in grado di regolare il ciclo sonno – veglia con il variare della sua concentrazione nel sangue. Questo ormone è contenuto nel succo di ciliegia, quindi si ritiene che bere succo di ciliegia possa guarire dall’insonnia.

La cucina nell'antica roma


Nell’antica Roma c’erano 3 pasti giornalieri, al mattino, al momento del pranzo e poi la cena. Durante la mattina e a pranzo, intorno alle 11.00 o 12.00, i Romani mangiavano uno spuntino in piedi; ma il pasto principale era la cena, che spesso era seguita da uno spuntino prima di andare a letto. Nel II secolo a.C. comparve il triclinium sul quale i ricchi consumavano i pasti. Ogni triclinio era formato da 3 divani e 1 tavolo con 3 gambe. Su ogni letto o divano erano sistemati dei cuscini e si potevano sdraiare fino a 3 commensali, per un totale di 9 per triclinio. I commensali si coricavano su un triclinio appoggiandosi con il gomito sinistro e mangiando con la destra. Mentre gli schiavi tagliavo i cibi.
I triclini spesso erano sistemati in apposite sale da pranzo dove gli ospiti più importanti sedevano vicino ai tavoli con maggiori portate. I Romani mangiavano con le mani, non usavano le posate, e per questo tra una portata e l’altra ogni commensale si lavava le mani con acqua e oli portati dagli schiavi. 
LA CENA: i ricchi a cena offrivano abbondanti banchetti di almeno 7 portate con lo scopo di mostrare la propria ricchezza a tutti i convitati. Queste cene vengono descritte per es. nel “Satyricon” di Petronio con la “cena di Trimalchione”, oppure dalle parole di Seneca : “Vomitano per continuare a mangiare e mangiano sino a vomitare” (“Vomunt ut edant, edunt ut vomant”). Questi banchetti frequenti ed eccessivi causavano conseguenze dannose per i ricchi come obesità, calcoli e problemi di stomaco. Per es. ci è giunta la testimonianza di un banchetto ai tempi di Caligola della durata di 12 giorni con oltre tremila invitati che venivano sfamati da oltre 100 cuochi, i quali preparavano cibo che solo in minima parte veniva mangiato e per lo più veniva vomitato. Spesso i commensali ordinavano altro cibo agli schiavi solo per gettarlo a terra. 
Sulla tavola dei ricchi venivano serviti cibi vegetali come la lactuca (insalata verde), i legumi (lenticchie, piselli, ceci) e carne di lepre, di coniglio, di pavone, di vari uccelli, di capretto e di oca. Oppure pesce come le triglie, le murene, gli storioni. Seguiva la frutta come mele e datteri. I dolci erano per lo più dulcia domestica, cioè pasticcini fatti in casa, come dactyli farsiles (datteri farciti), dulcia simulae (paste di semolino) e buccellae silinginae (bocconcini di segala). Inoltre lo zucchero in occidente all’epoca ancora non era conosciuto, quindi come dolcificante si faceva un grande uso del miele. Al contrario tra i condimenti l’olio di oliva, era già conosciuto e utilizzato molto. I legionari in marcia invece non facevano pasti abbondanti, consumavano però cibi sotto sale, condimenti, salumi e anche carne. 
Gli schiavi erano trattati come oggetti e sottoposti alla compra vendita, come il bestiame. Quello che consumavano lo ricevevano dal padrone in base al loro lavoro, e i compensi erano scarsi. Per es. Catone nel “De Agricultura” dice:   “Conserverai la maggior parte delle olive cadute; dopo condirai  le olive mature (da cui potrai ricavare pochissimo olio):le metterai da parte affinché durino molto a lungo. Quando le olive saranno mangiate metterai l’aceto e il garum. Metterai mezza libbra d’olio per ciascuno ogni mese è sufficiente dare un moggio di sale per ciascuno in un anno. “ 
LA CUCINA : per cucinare le spezie e il sale venivano usati abbondantemente. Venivano usate spezie e erbe aromatiche di molti tipi come : la santoreggia, il coriandolo, il levistico (sedano di montagna), il cumino, il timo, l’origano, il porro (tipo di aglio), il finocchio, lo zafferano. Oppure il pepe, l’alloro, lo zenzero, prezzemolo, maggiorana. Riguardo al sale era molto costoso, e comunque molto importante nella cucina romana, e nel mondo romano infatti spesso anche la paga dei soldati veniva completata on razioni di sale. Il sale era fondamentale anche per conservare i cibi. Esso era molto diffuso, per es. i Romani erano abituati a mangiare pane con il sale, spesso insieme alle spezie che venivano importate dall’Asia e dall’Africa. Anche se essendo molto costose per lo più le spezie venivano consumate dai ricchi. La spezia più diffusa e usata era il pepe nero, bianco o lungo, e se ne faceva largo uso per cucinare la carne, la verdura e anche per i dolci. Lo zenzero invece era raro e costoso e si consumava non essiccato. Incenso e mirra venivano per es. usati per profumare i vini. 
BEVANDE: alla fine della cena si beveva il vino rosso o bianco. In genere andava filtrato con un passino perché non era limpido e veniva allungato con l’acqua per renderlo più leggero. I vini avevano delle targhette sulle anfore che ne indicavano la data di produzione e la provenienza, per evitare gli imbrogli. I vini a volte erano anch’essi, come le pietanze, aromatizzati con le spezie, come mirra, incenso, cannella, zafferano. Accanto al vino altre bevande erano: 
1)      La posca: acqua mista a vino inacidito. 
2)      Gustaticium: un aperitivo che si beveva mescolato al miele. 
3)      Passum : un vino fatto con uva secca usato come medicina. 
4)      Lora: bevanda ricavata dalla fermentazione delle vinacce con acqua dopo la vendemmia.
CEREALI & PANE: Alla base del pasto romano quindi c’erano legumi, verdure e farro. La dea protettrice dei cereali era Cerere. I Romani preferivano il farro all’orzo dei Greci anche perché un noto medico greco, Galeno, diceva che l’orzo era buono solo per i cavalli, mentre il farro era più nutriente. Per questo l’orzo veniva mangiato solo durante le carestie. Il farro veniva consumato dopo la tostatura. Dalla macinazione del farro più avanti i romani iniziarono a ricavare una sostanza polverosa, la farina, il cui nome deriva appunto dal farro. Questo cereale veniva anche usato per preparare la polente dette puls. Quando Roma iniziò ad importare il frumento, intorno al IV secolo a.C. , poiché esso si macinava più facilmente del farro per fare la farina, la produzione del pane. Inizialmente il pane consisteva in un panetto non lievitato, duro e costoso, che in breve induriva. La lievitazione fu introdotta in un secondo momento e rese il pane più digeribile e morbido. Il lievito si otteneva mescolando il mosto con miglio e lasciando fermentare per un anno, oppure il mosto con la crusca a facendo macerare 3 giorni per poi far essiccare al sole. Solo in seguito sarebbe stato prodotto quello di birra.
La clientela era molto numerosa per questo si iniziarono a produrre molti tipi di pane, come il pane scuro, integrale, bianco e tenero oppure pane al burro o con la frutta. Ma anche pane alle uova, al latte, o con il succo di uva. Venivano quindi prodotti anche pani dolci e morbidi come l’artolaganus fatto con farina fine bianca, miele, vino, latte, olio, frutta candita e pepe nero. Nacquero pasticcerie che producevano pani arricchiti con anice, semi di sesamo che si facevano aderire alla crosta con del vino bianco, e pani dolci a forma di animali per i bambini. Le impastatrici per preparare questi pani venivano azionate dagli schiavi.
I poveri ricevevano un chilo di pane semplice gratuito dalle autorità. Questo pane veniva prodotto dai fornai di Roma, e poiché in generale questo alimento era molto richiesto questo lavoro permetteva buoni guadagni e facile arricchimento. 
IL SATURNISMO  : si ritiene che le abitudini alimentari dei romani provocassero intossicazioni e avvelenamenti tra i ricchi romani. Infatti i romani cucinavano usando pentole di piombo, che è un metallo tossico, anche il vino veniva addolcito con Sali di piombo, anche gli utensili, i piatti e i bicchieri erano a base di piombo. Poi i Romani avevano l’abitudine di usare in modo eccessivo sale e pepe, e per aumentare i guadagni spesso i commercianti aggiungevano piombo al pepe. Inoltre i Romani mangiavano carne di animali morti di malattia o vecchiaia. Dall’analisi dello scheletro di resti di antiche abitanti di Roma si ritiene che quello romano fosse un vero e proprio avvelenamento da piombo, cioè essi erano malati di Saturnismo, che si manifesta con anemia, attacchi epilettici fino al coma, producendo danni ereditabili nelle generazioni successive. Il piombo può danneggiare il sistema nervoso e causare malattie del cervello e del sangue e altri problemi. Quindi secondo gli storici questa sarebbe la causa della follia di molti imperatori romani. 

ALCUNE RICETTE:
garum (plinio il vecchio, storia naturale) : Vi è ancora un altro tipo di liquido squisito, chiamato garum, ottenuto facendo macerare nel sale gli intestini di pesci e le altre parti che sarebbero da buttar via; il garum è perciò il marcio di materie in putrefazione. Un tempo si preparava col pesce che i Greci chiamavano garos; oggi quello più gustoso si fa dal pesce sgombro, nei vivai di Cartagine Spartaria. A parte i profumi, non c'è quasi altro liquido che sia divenuto più prezioso di questo: ha reso famosi anche i popoli. Gli sgombri vengono catturati in Mauritania e a Carteia, nella Betica, quando vi entrano provenendo dall'Oceano, né servono ad altro. Per il garum sono rinomate Clazomene e Pompei.

libum(Catone, De agricultura) : Trita in un mortaio 1 kg di formaggio di pecora; dopo averlo ben tritato, aggiungerai mescolando 500 g di farina o, se vuoi sia più soffice, soltanto 250 g di farina; aggiungerai un uovo e mescolerai bene. Poi formerai il pane; metterai sotto il pane alcune foglie di alloro; lo cucinerai lentamente su fuoco caldo coprendolo con un coperchio.
Torta di pere(Apicio, De re coquinaria) : Triterai pere lessate ripulite al centro con pepe,cumino,miele,vino passito, garum e un po' d'olio. Dopo avervi aggiunto uova, farai una torta,la cospargerai di pepe e la servirai.

Tiropatina(De re coquinaria) : Prenderai tanto latte quanto entrerà nel tegame, scioglierai latte con il miele quasi per farne un dolce al latte, metti 5 uova per sestiario ( 542 ml)  o 3 per emina (271 ml). Sciogli nel latte in modo da fare un corpo unico, cola in una Cumana ( terrina bassa con coperchio) e cuoci a fuoco lento. Quando sarà rappresa cospargi di pepe e servirai.

Bonne journée !

martedì 27 luglio 2010

LEZIONE IV : BOTANICA


Questo è l’aggiornamento alla rubrica di “cultura”(questo è il nome che ho deciso di dare alla nuova rubrica), l’argomento dell’impollinazione l’ho tratto dai vecchi appunti del corso di botanica. Un corso che mi è piaciuto molto.

IV LEZIONE: IL FIORE : l’impollinazione.

TIPI DI IMPOLLINAZIONE: l’impollinazione nelle gimnosperme avviene con l’adesione del polline, ad una piccola goccia adesiva posta sul micropilo dell’ovulo. Nelle angiosperme avviene per adesione del polline allo stimma adesivo, qui il polline proveniente dall’antera può essere variamente trasportato.
Si verifica autoimpollinazione se il polline che arriva nell’ovulo proviene dallo stimma dello stesso fiore o da un fiore della stessa pianta. Si ha impollinazione incrociata se il polline proviene del fiore di un’altra pianta. Se con l’autoimpollinazione la fecondazione è molto semplice, non c’è variabilità genetica, viceversa l’impollinazione incrociata permette variabilità genetica ma è più difficile che avvenga la fecondazione. A volte le piante cercano per questo di evitare l’autoimpollinazione facendo in modo che stami e pistilli maturino in periodi diversi perché l’impollinazione avviene solo se i gametofiti maschili e quelli femminili di un fiore sono pronti per la fecondazione.
Il polline può essere liberato dalle antere:
1. Passivamente: si aprono le sacche polliniche e il polline esposto all’aria cade a terra o viene portato via dal vento o dagli animali.
2. Attivamente: dall’antera viene lanciato per mezzo di un meccanismo che si trova nel filamento.
3. Con l’intervento diretto di animali, insetti, che aprono il fiore o le antere.
Le piante a seme, gimnosperme e angiosperme, hanno entrambi i due principali tipi di impollinazione: l’anemofila e la zoofila.
Ci sono quindi vari tipi di impollinazione: zoofila, anemofila (ad opera del vento) e idrofila.
Il clima per primo influenza l’impollinazione, per esempio la pioggia non permette una adeguata apertura del fiore e ostacola gli insetti impollinatori. I tipi di impollinazione infatti variano con il clima, per esempio nei climi caldi prevalgono le piante a impollinazione zoofila.
IMPOLLINAZIONE IDROFILA: tipica esclusivamente di alcune piante acquatiche. L’acqua trasporta il polline sullo stimma. L’idrofilia, così come l’anemofilia, presenta molti inconvenienti; per esempio la pianta deve produrre enormi quantità di polline per assicurare l’impollinazione. Nell’elodea: I fiori maschili si staccano dalla pianta e salgono in superficie per farsi trasportare dalla corrente. In questo modo raggiungono i fiori femminili, che emergono grazie al lungo peduncolo. Dopo l’impollinazione il fiore femminile si chiude e torna sott’acqua.
IMPOLLINAZIONE BIOTICA ( = per opera di fattori biotici = animali): l’impollinazione biotica può essere casuale o specifica. Perché in alcuni casi per impollinare taluni fiori ci sono animali specifici, in altri non ci sono. Se ci sono animali specifici il fiore sviluppa meccanismo per richiamare questi animali (uccelli, insetti). Per esempio alcune orchidee producono ferornomi simili a quelli delle femmine degli bombi, degli insetti. I maschi attratti arrivano sul fiore e si riempiono di polline. I fiori attraggono gli animali anche con:
-         Il polline, innanzitutto richiama gli insetti che se ne nutrono.
-         I nettari, ugualmente attirano gli insetti per il loro valore nutritivo, da essi si ricava il miele.
-         I messaggi visivi, con il loro colore.
-         Gli oli, secreti da peli ghiandolari, vengono usati dagli insetti per impastare il polline.
-         Gli odori, emanati dal fiore.
-         Le liberazioni di calore, che possono avvenire durante la fioritura.
IMPOLLINAZIONE ENTOMOFILA (= impollinazione ad opera di insetti che per questo vengono detti pronubi): un buon insetto impollinatore deve avere alcune caratteristiche: essere ricoperto di peli ai quali può aderire il polline, essere un insetto succhiatore e non masticatore in modo da danneggiare il meno possibile il fiore, compiere l’impollinazione nel minor tempo possibile. Gli insetti che meglio rispondono a queste caratteristiche sono innanzitutto i ditteri (es. mosche) , poi i lepidotteri (es. farfalle notturne e diurne), poi ancora gli imenotteri (es. api, vespe, bombi (-> una specie di ape grande)). Comunque i migliori insetti impollinatori sono le api perché visitano i fiori anche centinaia di volte al giorno, attratte anche dall’odore e dai colori.
IMPOLLINAZIONE AD OPERA DI VERTEBRATI (per questo detti pronubi): tipica dei climi caldi dove manca il vento e gli animali sono attivi tutto l’anno per il clima favorevole. Ma questo tipo di impollinazione è molto dispendioso per la pianta perché deve produrre molto più materiale che per gli insetti dato che essi ingeriscono molto più cibo che un semplice insetto.


Bisogna giudicare con più rispetto questa infinita potenza della natura e riconoscere di più la nostra ignoranza e la nostra debolezza. (M. de Montaigne)
Bonne journée !

lunedì 26 luglio 2010

Visualizzare i file .djvu e convertirli in file .pdf


A volte scaricando dalla rete capitano file con estensione .djvu, per visualizzarli potrebbe essere utile scaricare questo programma, cliccando su "view all files":http://sourceforge.net/projects/windjview/files/WinDjView/Old%20Versions/
Istallato il programma aprire il file .djvu poi dal menu selezionare file -> print, quindi dalla finestra che si apre cliccare su print, usando windows 7 si aprirà Microsoft Office OneNote, se il file è grande bisogna aspettare un po’. A questo punto da OneNote cliccare su file -> pubblica come PDF o XPS… , si apre una finestra in cui chiede dove salvare il file e che nome vogliamo dargli, quindi cliccare su pubblica. Dopo un po’ avremo il nostro file in PDF !
Se volete saperne di più su questo formato di file provate a consultare wikipedia : http://it.wikipedia.org/wiki/DjVu
Bon travail !

domenica 25 luglio 2010

Nuove datazioni nella storia dell’antico Egitto


Gli studiosi dell’università di Oxford hanno effettuato analisi con il carbonio-14 su 211 reperti di piante e  altri vegetali risalenti al periodo dell’antico Egitto per ricostruire la storia dell’antico impero, in questo modo è stato possibile confermare molte date storiche del regno con una precisione mai raggiunta prima, anche se in molti casi ancora non è possibile indicare una data precisa piuttosto di un intervallo di tempo. Per es. sembra che il regno antico non ebbe inizio intorno al 1530 a.C., ma già tra il 1570 e il 1544 a.C. . I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Science.

Fonte: [ www.galileonet.it ]

sabato 24 luglio 2010

Torta di rose con marmellata di lamponi


Ieri pomeriggio ho avuto il tempo di provare la ricetta della torta di rose, è semplice anche se ci vuole un po’, infatti ho iniziato alle 15.00 del pomeriggio e ho finito alle 21.00, compresa la cottura e la lievitazione.
Prima della lievitazione :

Dopo la lievitazione :






Ingredienti :
-         250 g di farina 00
-         250 g di farina manitoba (per renderla più soffice)
-         1 busta di lievito
-         100 g di zucchero
-         1 bustina di vanillina o 1 fiala di aroma di vaniglia
-         1 cucchiaio raso di sale
-         2 uova
-         50 g di burro
-         120 g di latte
Pesare le due farine, metterle in un recipiente capiente, poi aggiungere lo zucchero, la vanillina e il sale (facoltativo). Sbattere 2 uova e aggiungere. Far sciogliere il burro con il latte, far raffreddare e aggiungere all’impasto. Aggiungere il lievito e mescolare. Impastare per 10 minuti, poi far riposare per 1 ora. Dopo stendere la pasta e ricavare una sfoglia di 50 x 35 cm, stendere la marmellata, non troppa altrimenti fuoriesce quando si deve arrotolare, quindi arrotolare la pasta dal lato più lungo. Tagliare 6 pezzetti di circa 8 cm, preparare un ruoto di circa 20 cm con la carta da forno e disporre i pezzi tagliati un poco distanziati tra loro. Coprire con un panno e far lievitare 3 ore, fino a che non si saranno attaccati o quasi. Mezz’ora prima della fine della lievitazione preparare il forno a 200°C. Prima di infornare con un colino cospargere la torta di zucchero. Infornare e far cuocere 45 ora circa, a me ci è voluta 1 ora e mezza ma il mio forno è vecchio.
Al posto della marmellata si può usare anche lo zucchero.
Bon appétit !

venerdì 23 luglio 2010

Chi è depresso vede i colori più opachi


L’università di Friburgo ha portato a termine delle ricerche sulla depressione i cui risultati sono stati riportati su Biological Psychiatry. E' stato dimostrato che la depressione influenza le capacità visive, infatti in chi è depresso i colori sono visti più opachi. Nei depressi i neuroni visivi funzionano di meno per questo i contrasti sono percepiti di meno e diminuisce la capacità di distinguere i colori.

giovedì 22 luglio 2010

Frasi dai libri

“Il processo della sua crescita somiglia un po' a quello delle perle, più grande e profonda è la ferita, più forte è la corazza che si sviluppa intorno. Poi però con il passare del tempo, come un vestito portato troppo a lungo, nei punti di maggiore uso comincia a logorarsi, fa vedere la trama, ad un tratto per un movimento brusco si strappa. In principio non ti accorgi di niente, sei convinta che la corazza ti avvolga ancora interamente, finché un giorno, all'improvviso, davanti ad una cosa stupida senza sapere perché ti ritrovi a piangere come un bambino.”
[ Susanna Tamaro, VÀ DI DOVE TI PORTA IL CUORE ]

“Vorrei essere guardato e non soltanto visto, essere ascoltato e non soltanto udito.”
[ IL CACCIATORE DI AQUILONI, Khaled Hosseini ]










“Ridere non è affatto un brutto modo per iniziare una amicizia, ed è senz’altro il migliore per troncarla.”

“Entrando, trovarono, appeso al muro, uno splendido ritratto del loro padrone, come lo avevano visto l'ultima volta, mirabile di gioventù e di bellezza eccezionali. Steso sul pavimento c'era il cadavere di un uomo in abito da sera, con un coltello nel cuore.
Aveva il viso avvizzito, rugoso, repellente. Solo dopo aver esaminato gli anelli poterono identificarlo.”
 [ IL RITRATTO DI DORIAN GRAY, Oscar Wilde ]

Amuse-toi bien !

mercoledì 21 luglio 2010

III LEZIONE : INFORMATICA


Questi sono gli appunti del corso di introduzione alla programmazione, ** ma mi raccomando sono sotto la tutela del copyright

LEZIONE III : INTRODUZIONE ALLA PROGRAMMAZIONE : Concetti preliminari.

ALGORITMO: insieme finito di istruzioni comprensibili da un esecutore che descrive in maniera chiara e non ambigua i passi elementari per raggiungere un obiettivo o risultato. Anche un ricettario di cucina altro non è che un insieme di algoritmi. Un algoritmo ha determinate caratteristiche:
1.Insieme finito di istruzioni: finitezza
2.Deve essere realizzabile: L’esecutore deve essere in grado di eseguire le istruzioni che compongono l’algoritmo con un insieme finito di risorse.
3.Deve portare ad una soluzione: Quando viene eseguito deve portare ad un risultato in un tempo finito.
4.Non ambiguo: Le istruzioni devono avere un’unica interpretazione possibile.

LE ISTRUZIONI. Un istruzione è la più piccola operazione che può essere eseguita direttamente da un esecutore. Ogni esecutore ha il suo set di istruzioni che è in grado di eseguire. Quindi a partire da un set di istruzioni che l’esecutore può eseguire si costruisce l’algoritmo. Per esempio un cuoco meno esperto ha un set di istruzioni più elementari di un cuoco più esperto.

Non tutti i problemi si possono risolvere usando gli algoritmi, per es. vincere all’enalotto. Oppure per risolvere 1 solo problema ci possono essere infiniti possibili algoritmi. In tal caso alcuni permetteranno di risolvere il problema in modo più veloce e facile. Uno dei compiti della scienza dell’informazione è mostrare che un problema può essere risolto con un algoritmo più veloce o che tale algoritmo non esiste.

ALGORITMI FORMALI: Algoritmi scritti con un linguaggio formale (linguaggio di programmazione) ed eseguibili da un sistema artificiale (calcolatore). In tale contesto l’algoritmo prende anche il nome di programma. In questo caso ci sarà una persona fisica, il programmatore scrive il programma che contiene le istruzioni immettendo dei dati di input dalla tastiera; quindi il CPU esegue le istruzioni e genera il risultato. Un esecutore del genere, in grado di eseguire algoritmi formali, è il computer.

IL SET DI ISTRUZIONI DI UN CALCOLATORE: Il set di istruzioni di un calcolatore è molto elementare. L’intelligenza sta nel programmatore che deve codificare elaborazioni più complesse.
Un processore o CPU in generale segue uno schema di lavoro: prende un’istruzione dalla memoria, la decodifica, esegue l’istruzione, quindi passa all’istruzione successiva. Nella memoria è scritto l’algoritmo che deve eseguire.
Il set di istruzioni di un processore appartiene ad un linguaggio di programmazione che si chiama “linguaggio macchina”.
Le istruzioni sono molto elementari ma scrivere un programma(algoritmo) è più oneroso.
Usando i linguaggi di programmazione per scrivere algoritmi è possibile ampliare il set di istruzioni di un CPU. Ci sono molti tipi diversi di linguaggi di programmazione:
Assembler, C, C++, C#, Java, Python, Perl, Ruby, R …
Per scrivere algoritmi formali, destinati ai calcolatori non si può infatti usare un linguaggio naturale dato che risulterebbe ambiguo(il significato delle parole varia con il contesto), ridondante(si usano parole in più non necessarie) e metaforico(si fa uso di figure retoriche che possono essere interpretate in modi diversi).

IL PROGRAMMATORE: codifica gli algoritmi in programmi (software).
L’UTILIZZATORE: installa il software e lo esegue su un calcolatore.
Un bioinformatico è sia un programmatore che un utilizzatore.

SCRIVERE UN PROGRAMMA: Consiste nel formulare l’algoritmo che risolve un determinato problema e codificarlo usando un linguaggio di programmazione. Ma anche i programmi possono essere sbagliati, ed essere soggetti a:
Errori sintattici: Il programma non è sintatticamente corretto. L’ambiente di programmazione è in grado di verificare
automaticamente se un programma rispetta la sintassi del linguaggio.
Errori semantici: Il programma sebbene sintatticamente corretto non risolve in modo corretto il problema. Il calcolatore
NON è in grado di rilevare tali errori!

+++++

La disumanità del computer sta nel fatto che, una volta programmato e messo in funzione, si comporta in maniera perfettamente onesta. (Isaac Asimov)

Bon Travail !
 

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